Ieri ho letto le dichiarazioni di due allenatori, entrambe riguardano un loro collega più famoso, Pep Guardiola. La prima è di Michel, allenatore del Getafe , che nell’elogiare il più celebre collega azzarda: "E' dai tempi di Arrigo Sacchi che nel calcio non si assisteva a una rivoluzione simile. Adesso sembra che tutto il mondo voglia giocare come il Barcellona. E questo Barça lo ha creato Guardiola". L’altra è di Delio Rossi, ex della Lazio e ora disoccupato, che spiegando i motivi della sua pausa forzata, tira anche lui in ballo l’ex bresciano: “Io mi ritengo un allenatore. Molti presidenti oggi vogliono i gestori. C'è una bella differenza. L'allenatore fa la formazione, si occupa della parte tecnico-tattica e della parte fisica. In breve cura la squadra a trecentossessanta gradi. I gestori, invece, fanno tutt'altro. Oggi i presidenti si innamorano di tecnici come Guardiola perché per loro è sufficiente che uno batta le grandi squadre e che abbia un po' di personalità” . Per dirla con un eufemismo: due modi diversi di vedere la stessa cosa.Partiamo dal concetto che rivoluzione non vuol dire essere copiati da tutti, ma ha una significato differente. Seconda cosa, a mio parere Rossi ha ragione quando parla delle pretese dei presidenti, meno quando giudica il collega, ridimensionandolo un po’ ingenerosamente, perchè Guardiola è sicuramente uomo di campo e non certo un gestore alla Del Bosque o alla Leonardo. Infine arriviamo a Michel e alla sua curiosa teoria che si sviluppa attorno al raffronto con l’Arrigo nazionale. L’unico aspetto veramente innovativo nella storia di Guardiola al Barca, potrebbe essere lo sdoganamento dell’allenatore giovane e inesperto su una panchina prestigiosa, cosa che ha fatto proseliti anche in casa nostra, con Milan e Juventus su tutte. Ma prima di parlare di rivoluzioni ne passa. La verità è che nonostante lo splendido lavoro fatto, Guardiola non ha rivoluzionato un bel niente, semplicemente allena una squadra di fenomeni, fa giocare loro il miglior calcio del mondo e vince facendo divertire il pubblico.
Il confronto con Sacchi è scomodo prima che inopportuno, parliamo infatti di un uomo che attuò una rivoluzione calcistica totale e universalmente riconosciuta, tanto che qualcuno sostenne e a ragione, che dopo l’uomo di Fusignano il calcio non sarebbe stato più lo stesso. Sacchi introdusse l’organizzazione maniacale del lavoro, l’intensificazione degli allenamenti con l’esaltazione della dimensione atletica, spinse per il definitivo sdoganamento della figura dello psicologo sportivo, per l’esaltazione della tattica teorica e solo dopo pratica, puntò sull’armonia nel gioco e nei movimenti, sul cambiamento di modulo e di marcatura, inculcò nella testa dei suoi uomini il concetto di pressing asfissiante, difesa alta, ripartenze perfette, del ritmo, del culto del collettivo e dell’asservimento del talento ad un progetto di insieme. E tutto questo con un Milan reduce da anni di retrocessioni, scandali e cambi di proprietà. Sacchi ha fatto discutere e ha segnato una nuova era, ha diviso e sconcertato gli osservatori, ha costretto tutti a studiarlo ed è stato talmente innovativo da venire odiato. Se poi, secondo Michel la rivoluzione sta nel triplete oppure nel bel gioco (che mi pare non mancasse nemmeno nell’anno magico di Rijkaard), che peso diamo a questa parola? Ma per favore…


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