Bisogna saper cogliere i segnali, saperli interpretare e valutarli. Da Livorno e Roma, i segnali al campionato li hanno mandati forti e chiari sia il Milan che la Juventus. I rossoneri confermano che anche il quarto posto sarà un obbiettivo difficile da centrare, mentre la Vecchia Signora, che sa bene come le annate da ricordare siano fatte anche di serate come quella di ieri, inizia a mettere pressione all’Inter e al suo prode allenatore.
Il Milan di Livorno è una squadra senza allegria, senza voglia né entusiasmo e forse non è nemmeno una squadra. Leonardo non ha ancora mostrato qualità ed esperienza (non scoprirò niente di nuovo, ma tant’è) necessarie a tirare fuori da questo gruppo i risultati che la società pretende, e credo che proprio per questo lo costringeranno a dimettersi. Ronaldinho sarebbe da accantonare e vendere a Gennaio, le fasce andrebbero consegnate a dei terzini e non a degli immobili pilastri e Pato non può sempre trascinare. Inoltre manca un’alternativa credibile a Pirlo e non oso pensare agli effetti che deriveranno dalla giornata di riposo che prima o poi verrà concessa alla coppia difensiva Silva-Nesta. Nuvoloni all’orizzonte e nemmeno un riparo, ma d’altronde si era capito da Giugno.
La Juventus di Roma invece prende tutta la posta in palio e senza meritarla, ma non sta scritto da nessuna parte che non sia lecito. Delitto perfetto. Perché il calcio fortunatamente è così, ossia imprevedibile, subdolo e crudele, ma questo la Lazio lo aveva capito già a Pechino. Ferrara rinuncia a Iaquinta e Cannavaro, è costretto a fare a meno (senza sforzo, non prendiamoci in giro) di Del Piero e concede una possibilità a Caceres e Trezeguet. Entrambi la sfruttano in pieno segnando i gol che decidono la partita, dopo una prestazione sottotono, specie per quanto riguarda il difensore. Anche Ballardini deve rinunciare, su tutti, a Zarate e Rocchi (ecco il senso vero di una privazione) e schiera i generosissimi Foggia e Cruz, vera bestia nera juventina. La partita la fa la Lazio, più tonica, più aggressiva ed equlibrata, con un Baronio ritrovato, due terzini degni di tale nome e un Diakite veramente impeccabile su Amauri. Questo sino all'inatteso gol di Caceres che restituisce vigore alla Juve e taglia le gambe ai biancocelesti. I bianconeri, che sino ad allora avevano navigato a vista e in qualche occasione imbarcato acqua, riescono a non impattare l’onda fatale e arrivano in porto. Bene l’irrinunciabile Marchisio, in crescita Melo (cartellini inutili a parte) così come Trezeguet, che sebbene sia apparso più in palla, paga ancora nel confronto con Iaquinta.
Maluccio Diego che ripeto, lontano dalla porta perde un terzo della sua pericolosità. Inoltre il suo infortunio lascia un interrogativo, perché pare l'unico capace di metterci la fantasia. Speriamo non sia nulla di grave. I tre punti di ieri sera sono di quelli importanti, quelli che decidono le stagioni, quelli che nel bilancio finale potrebbero fare la differenza e l’Inter, per esperienza personale lo sa bene. Un particolare plauso a Ferrara (sino ad ora solo vittorie in gare ufficiali), che azzeccando tutte le mosse riesce a fare turnover e proseguire la striscia positiva. Il gioco vero e proprio ancora non c’è, si intuisce soltanto, ma tutto prosegue secondo i piani e forse anche meglio. In questo la fortuna c’entra relativamente, al limite si può parlare di destino: quello di Ferrara era di fare l’allenatore, quello di Leonardo probabilmente no.Ora la palla passa all’Inter e sinceramente credo che il Parma saprà creare parecchi problemi, ma questo Mourinho lo sa bene. Ibra intanto manda qualche segnale di risveglio, mentre il Barca fa come la Juve: guarda, aspetta per un’ora e poi prende i punti. Tutti.



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